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A Maria Luigia piacevano le violette

Il quadro è conosciuto con il titolo francese, “Portrait de l’Impératrice Marie-Louise”. L’autore è François Gérard, l’ha realizzato con pittura a olio su tela nel 1810. Per vedere l’Impératrice, meglio nota come Maria Luigia, bisogna mettersi in fila al Louvre di Parigi.

A Maria Luigia piacevano le violette

Maria Luisa d’Austria era senza dubbio una bella donna. Occhi chiari, zigomi alti, incarnato delicato. E un piccolo bouquet di violette a decorare l’acconciatura. Casualità? Non proprio. Piuttosto, lo zampino della Francia, di Napoleone Bonaparte e della città di Parma.

Maria Luisa, oltre che bella, non era una stupida. Figlia dell’imperatore austriaco Francesco II, fin da bambina vive nell’eco della guerra che imperversa tra Austria e Francia, proprio quella Francia di Napoleone che sta piegando mezza Europa. L’Austria capitombola, non una ma ben due volte, mentre Napoleone, fra una vittoria e l’altra, si guarda intorno per cambiar moglie. Maria Luisa, ormai ventunenne, lo disprezza, ma sa di rientrare nella rosa delle papabili e prega il padre di non svenderla al nemico. Ma tant’è: le negoziazioni sono già in corso e Napoleone, che ha il doppio dei suoi anni, la sposa per procura nel 1810.

Maria Luisa, rassegnata, si sposta a Parigi dove diventa Impératrice des Français nella forma, ma restando l’Autrichienne, nella sostanza. L’Austriaca. La straniera. Ricordiamoci che la sua prozia, la famosa Maria Antonietta, a Parigi aveva perso la testa solo pochi anni prima, e non in senso metaforico.

Ed è qui che entrano in scena le violette. Il piccolo fiore è nelle grazie dei Bonaparte, nella buona e nella cattiva sorte. Era amato dalla prima moglie di Napoleone, Giuseppina Beauharnais, ripudiata poiché sterile. Ed era amato da lui stesso, tanto che quando viene sconfitto e spedito in esilio nel 1814 – solo quattro anni dopo il matrimonio con Maria Luisa – non crede alla disfatta definitiva e annuncia che ritornerà con le violette. Ossia in primavera. Ma non sarà così e Père la Violette, come viene soprannominato dai bonapartisti in questo frangente, finirà i suoi giorni all’Isola d’Elba.

E Maria Luisa? Contagiata dalla passione per le violette fin dal periodo francese, con la Restaurazione viene riallocata in Italia, cambia il suo nome in Maria Luigia e diventa duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla. Qui, delle violette, farà suo malgrado un business che sopravviverà oltre la sua morte. Maria Luigia è la duchessa buona, attenta ai bisogni della sua gente, alla prevenzione delle epidemie, alla condizione delle partorienti e dei malati di mente. Per lei, i frati minori del convento parmense di Sant’Annunziata mettono a punto un’essenza proprio a partire dalle violette di cui la duchessa ha riempito tutte le serre ducali. La violetta compare anche nella sua carta da lettere, viene disegnata sui piatti e ricamata sulle vesti: alla corte di Maria Luigia, il color malva è protagonista indiscusso.

La duchessa sopravvive ai primi moti insurrezionali che la costringono a periodi di esilio, e muore nel 1847 in seguito a una pleurite. La formula segreta dell’essenza alla violetta, invece, viene svelata alla famiglia Borsari che nel 1870 ne fa un un brand: la famosa “Violetta di Parma“. Ecco pronto il profumo, distillato in speciali boccette, racchiuso in cofanetti decorati da lettering ben congegnati, pubblicità di contorno e un prodotto satellite: le caramelline alla violetta. Uno studio di immagine coordinata che valicherà i confini di Parma, città “dolce, liscia e color malva“, come la descrisse Proust, che mai la vide ma sempre la amò, immaginandosela tinta di violetto. Grazie a Maria Luigia e ai suoi fiori preferiti.

Fonte immagine: Wikipedia