Simonetta Vespucci come Cleopatra - Piero di Cosimo

Il ritratto più bello di Simonetta Vespucci

Il dipinto è conosciuto con il titolo “Ritratto di Simonetta Vespucci come Cleopatra”. E’ una tempera su tela di Piero di Cosimo, realizzata nel 1480. Si può vedere dal vivo al Museo Condé di Chantilly.

Il ritratto più bello di Simonetta Vespucci

“Una testa bellissima di Cleopatra, con uno aspido avvolto al collo”. Queste sono le parole con cui Giorgio Vasari descrive il quadro più famoso di Piero di Cosimo, la bella donna col seno scoperto stagliata su un paesaggio misterioso. Ma Cleopatra – se di lei davvero si tratta – ha un nome e un cognome. Si chiama Simonetta Vespucci e nel 1476 è la donna più bella di Firenze.

Nasce a Genova come Simonetta Cattaneo, probabilmente nel 1453, e nel breve spazio di una vita durata solo ventitré anni interseca l’esistenza di illustri uomini fiorentini. La presenza più anonima, alla fine, sembra essere quella del marito, Marco Vespucci – cugino lontano del più famoso Amerigo – che dopo il matrimonio la conduce proprio a Firenze. Qui Simonetta diventa La Sans Pars, la senza pari, così bella da non avere eguali.

Lorenzo de’ Medici, che sale al potere lo stesso anno in cui lei arriva in città, la ammira così tanto da dedicarle sonetti. “O chiara stella – scriverà – che coi raggi tuoi togli alle tue vicine stelle il lume.” Suo fratello, Giuliano de’ Medici, la ama segretamente e durante un torneo del 1475 vince un suo ritratto riportante proprio la dicitura “La Sans Pars”. Ritratto, fra l’altro, eseguito da un certo Sandro Botticelli che di Simonetta Vespucci fa la sua musa ispiratrice (qualcuno nota una certa somiglianza con la Venere?). Come lui, anche Piero di Cosimo la rende immortale, questa volta vergando il suo nome sotto il ritratto.

Il viso, dai bei lineamenti, è di profilo. Il busto di tre quarti è coperto in parte da un tessuto color della terra. Un serpentello nero le avvolge il collo, come una collana inquietante. L’attaccatura dei capelli è dipinta molto alta, secondo la moda del tempo, e la pettinatura è quanto mai elaborata: accercinata – per usare un termine toscano – in una giravolta di trecce, nodi e fili di perle.

Lo sfondo è il cuore del mistero. Il paesaggio sembra quello di una docile collina punteggiata di piante eppure, lungo il profilo di Simonetta, un albero appare spoglio e stecchito mentre un gran nuvolone nero si sta addensando in cielo, proprio all’altezza del suo naso, come un presagio di sventura.

In realtà, la sventura è già arrivata. Lorenzo de’ Medici la definisce proprio iattura nel suo commento a “O chiara stella che coi raggi tuoi”. Nel 1476, Simonetta muore. Non si sa se di tisi o di peste, ma lascia un grande vuoto tanto che i letterati e gli artisti di Firenze continueranno a omaggiarla anche dopo, con testi e quadri.

Piero di Cosimo dipinge il suo nel 1480, a ventun’anni. La vita sarà più clemente con lui, e gli serberà altri quarantadue anni da vivere. Una vita selvatica, la sua, che in questa storia merita qualche riga. Piero non voleva gente intorno mentre lavorava, né che le sue stanze venissero spazzate, né l’orto potato. La sua dieta si basava su uova sode che bolliva assieme alla colla per risparmiare. Ne preparava cinquanta alla volta, le metteva in un sacchetto e poi le mangiava con calma. Gli davano fastidio i bambini che piangevano, gli uomini che parlavano, le campane che suonavano, tutti i medici e gli speziali che imponevano digiuni, clisteri e altre torture. Per questa sua natura selvatica – ma non solo – le sue opere sono spesso associate alla stramberia e al mistero.

Ma tant’è: uova o no, davanti alla tela Piero di Cosimo sapeva il fatto suo e ci ha regalato il ritratto più particolare di Simonetta Vespucci, la bella di Firenze. Raffigurata come Cleopatra, se vogliamo dar retta al Vasari. O come Proserpina, stando all’interpretazione più recente, che vede nel serpente non uno strumento di morte, bensì un simbolo pagano di speranza. In che cosa? Ovviamente, nella resurrezione.