L'autoritratto di Artemisia come Allegoria della Pittura

La Pittura di Artemisia

L’autoritratto di Artemisia Gentileschi come Allegoria della Pittura è stato realizzato dalla stessa pittrice nel 1638 circa. E’ un olio su tela e si trova oggi al Kensigton Palace di Londra.

Capelli scuri e raccolti. Un viso paffuto e giovanile. Un vestito cangiante, un medaglione d’oro che pende sul petto. Il braccio proteso verso l’alto e un pennello che sembra tracciare il bordo del quadro. Artemisia Gentileschi la possiamo immaginare così, come appare nel suo unico autoritratto dove si raffigura come Allegoria della Pittura.

Artemisia è affine a Caravaggio non solo per stile – la realtà cruda e viva dei personaggi, gli squarci di luce che li fanno uscire dal buio, quel tocco in più che li rende diversi da tutti gli altri – ma anche per una vita vissuta in perpetuo movimento. Quando dipinge il suo autoritratto come Pittura siamo nel 1638. La pittrice ha circa 51 anni e si trova a Londra, chiamata dal Re Carlo I Stuart. È al capezzale del padre morente, il pisano Orazio Gentileschi, anch’egli reduce da una vita girovaga che termina alla corte d’Inghilterra dove lavora come pittore reale.

Sono lontani i primi tempi di Roma, la città dove Artemisia nasce e trascorre la giovinezza, segnata dallo stupro a opera del suo maestro di prospettiva, Agostino Tassi. Sono lontani anche i tempi del processo voluto dalla famiglia Gentileschi e quelli della “sibilla”, la tortura riservata ai pittori, con cui le vengono fasciate le dita con funi tanto strette da farle sanguinare. L’episodio di Tassi ha monopolizzato la storia di Artemisia, facendo erroneamente pensare che tutta la forza della sua arte sia scaturita da quella precisa, traumatica esperienza. Falso: Artemisia, in realtà, era già una enfant prodige della pittura.

Quando si dipinge come allegoria della Pittura, la donna ha già lasciato Roma da tempo. Si è sposata con il pittore Pierantonio Stiattesi e si è trasferita con lui a Firenze, dove è diventata la prima donna a frequentare l’Accademia delle arti del Disegno. Ha anche già lasciato quello stesso marito, si è trasferita a Genova per poi ritornare a Roma, risalire a Venezia e infine ridiscendere a Napoli: la città dove farà ritorno dopo la parentesi inglese e dove morirà nel 1653.

Artemisia ha già dipinto anche molti dei suoi capolavori dando un bel calcio alla peinture de femme, quei generi “minori” a cui erano relegate molte delle poche donne pittrici. Nessun paesaggio, per Artemisia, né nature morte. La pittrice punta in alto, cerca gli ingaggi di livello, quelli con soggetti sacri o storici, con grandi composizioni. La ciliegina sulla torta sarebbero le pale d’altare, ma quelle sì che sono l’El Dorado delle commissioni, e restano saldo dominio degli uomini.

Ma tant’è. Artemisia, la sua fama, la costruisce con il talento. E in mezzo a Cleopatre, Maddalene, Giuditte e Oloferni, negli ultimi momenti di vita del padre, trova spazio per ritrarsi come Allegoria della Pittura. Un tema non originale, ma che sa trattare con originalità. E a quanto si sa, l’unico quadro eseguito in Inghilterra, quasi una pausa da tutto il resto.

Nel 1611, lo stesso anno della torbida vicenda di Agostino Tassi e diciassette anni prima che Artemisia dipingesse se stessa, Cesare Ripa pubblica un libro: “Iconologia”. Qui, descrive minuziosamente come devono essere raffigurate le allegorie. Secondo Ripa, la Pittura deve essere una donna bella, con i capelli “neri e grossi”. Il suo vestito deve essere un “drappo cangiante” e al suo collo deve pendere un medaglione con la catenella inanellata con una maschera e la scritta “Imitatio”, perché l’imitazione è congiunta alla pittura. In mano deve tenere tavolozza e pennello, mentre le sue sopracciglia devono essere inarcate a mostrare “pensieri fantastici”.

Ripa dice anche che la Pittura ha la bocca imbavagliata perché la solitudine e il silenzio giovano all’arte. Artemisia, però, la bocca non se la imbavaglia. Ci piace pensare sia per via del suo temperamento, ma le scelte degli artisti sanno essere imperscrutabili. Forse, la realtà è che Artemisia, come Caravaggio, ha saputo convogliare estro e talento in trovate nuove e personali, fondendole con quello che vuole la tradizione. Insomma, ci ha messo del suo. E questo è ciò che fa grandi gli artisti, uomini o donne che siano.